Coppa paleobabilonese

Un viaggio nella Mesopotamia del II millennio a.C. attraverso un gioiello che unisce storia, archeologia e design. Scopriamo la storia della Coppa Paleobabilonese n. 444 da Tell Muhammad e come le sue linee eleganti e la sua storia millenaria abbiano ispirato la nostra nuova creazione. Un omaggio all’archeologia che si indossa. 🏺✨ Da uno studio approfondito della dott.ssa Giulia La Causa

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Scheda Archeologica

Per chi fosse interessato all'argomento, è possibile contattare la dott.ssa Giulia La Causa via e-mail a questo indirizzo lacausagiulia09@gmail.com

LA COPPA PALEOBABILONESE N. 444 DALL’AREA ‘D’ DI TELL MUHAMMAD

Il sito di Tell Muhammad, situato strategicamente a sud-est dell’odierna Baghdad lungo antiche direttrici commerciali, costituisce un insediamento chiave per lo studio del periodo paleobabilonese nella Mesopotamia meridionale (Laneri et al. 2024, pp. 1-2). Indagato fin dal XIX secolo e successivamente oggetto di estese campagne irachene (1978-1999) che hanno evidenziato una sequenza stratigrafica dal III millennio a.C. al periodo cassita, il sito è attualmente scavato dal Baghdad Urban Archaeological Project (BUAP) dell’Università di Catania (Laneri et al. 2024, pp. 3-6). Le recenti indagini hanno documentato una complessa organizzazione urbana. In particolare, l’Area D è stata identificata come un settore funzionale destinato a produzioni sussistenziali (panificazione), operante probabilmente in stretta connessione con complessi di natura templare o para-templare (Laneri et al. 2024, pp. 5-10). Nel corso della campagna del 2024, all’interno del locus 218 di tale area, è stata rinvenuta la coppa n. 444. Questo reperto offre un indicatore diagnostico rilevante per la produzione ceramica della Mesopotamia centrale, suggerendo, in base al contesto, un utilizzo funzionale nell’ambito di pratiche redistributive o rituali legate alla sfera religiosa.

DESCRIZIONE MORFOLOGICA

Il reperto presenta un buono stato di conservazione, permettendo la ricostruzione quasi completa del profilo originario, malgrado la lacuna di parte dell’orlo. Le metriche rilevano un’altezza conservata di circa 12 cm, uno spessore parietale medio di 0,5 cm e un diametro della base di 1,90 cm. Morfologicamente, il vaso è caratterizzato da un collo alto, debolmente cilindrico, impostato su una spalla arrotondata. Il corpo è globulare ed espanso, convergente inferiormente in una base piatta del tipo 'nipple base' (rastremata rispetto alla massima espansione del corpo), tratto diagnostico frequente nei repertori paleobabilonesi della valle del Diyala e del bacino dell’Hamrin (Armstrong, Gasche 2014, pp. 39-45). La superficie esterna è accuratamente lisciata e priva di trattamenti decorativi complessi, eccezion fatta per una singola incisione all’altezza della giunzione collo-spalla. L'assenza di decorazione elaborata è coerente con le produzioni standardizzate del II millennio a.C., destinate sia a usi funzionali che rituali. L’impasto è sottile, con inclusi sabbiosi e vegetali, e presenta una colorazione giallo pallido con sottotono rosa (Munsell 5Y8/2), coerente con le produzioni chiare documentate nel sito (Laneri et al. 2024, pp. 13-15). La regolarità tecnica suggerisce un’accurata lavorazione al tornio, rispecchiando la standardizzazione morfologica delle forme chiuse babilonesi (Armstrong, Gasche 2014, pp. 75-93). Il profilo generale risulta slanciato ed elegante, inserendosi pienamente nella tradizione del Bronzo Medio mesopotamico.

IL PERIODO PALEOBABILONESE E LA PRODUZIONE CERAMICA DEL DIYALA

L'orizzonte paleobabilonese fu una fase di profonde ristrutturazioni geopolitiche e culturali in Mesopotamia, caratterizzata dalla frammentazione in entità regionali (Isin, Larsa, Babilonia, Ešnunna) dopo il collasso di Ur III, fino al consolidamento del controllo babilonese sotto Hammurabi. Archeologicamente, la definizione di "Old Babylonian" oscilla tra una connotazione strettamente storica (I Dinastia di Babilonia) e un’accezione più ampia riferita al Bronzo Medio mesopotamico (Bürger 2011, pp. 157-158). In questo contesto, la valle del Diyala svolse un ruolo strategico fondamentale come cerniera tra la Babilonia, l’altopiano iranico e l’Iraq nord-orientale (Oselini 2018, pp. 6-7). La densità di insediamenti e la variabilità dei repertori rendono questa regione un osservatorio privilegiato per lo studio degli orizzonti ceramici paleobabilonesi.

CONFRONTI TIPOLOGICI

Analisi comparative sono state condotte con i materiali di Tell Yelkhi (Oselini 2018, pp. 120-151), evidenziando stringenti affinità morfologiche e tecnologiche (forme chiuse globulari, pareti sottili, lavorazione al tornio, impasti depurati con inclusi sabbiosi e vegetali). Tuttavia, l’esemplare n. 444 di Tell Muhammad presenta un profilo più slanciato e un collo più sviluppato rispetto ai termini di confronto, conferendo maggiore verticalità alla forma. Tali caratteristiche trovano riscontro anche negli studi di Armstrong e Gasche (2014, pp. 39-45) relativi alle tipologie 'Family' 95-125, accomunate da corpi globulari, colli sviluppati e basi ristrette o piatte. L'elevata standardizzazione morfologica e tecnica osservata riflette produzioni ceramiche realizzate in contesti centralizzati e altamente organizzati, dove la funzionalità del vaso prevale sugli aspetti ornamentali. La rassegna comparativa, che include materiali da Nippur, Sippar, Ur e Tell Harmal, conferma l’inserimento del reperto nella tradizione ceramica paleobabilonese, pur evidenziando marcate specificità regionali nei repertori produttivi.

FUNZIONE E POSSIBILI IMPLICAZIONI CULTUALI

L'interpretazione funzionale del reperto è strettamente vincolata al contesto archeologico. L’Area D di Tell Muhammad appare associata alla panificazione e alla gestione/redistribuzione di derrate alimentari. Nel sistema religioso mesopotamico, il cibo era una componente fondamentale della prassi cultuale (nutrimento rituale delle icone divine, offerte). Le evidenze di Area D, che includono strutture rituali, miniature cerimoniali simboliche e ambienti interpretati come ‘domestic chapels’ (Laneri et al. 2024, pp. 8-13), suggeriscono che la coppa n. 444 possa essere stata utilizzata in contesti di ritualità domestica o in pratiche di offerta e consumo rituale. La semplicità formale e la standardizzazione, lungi dall'escludere una funzione cultuale, sono caratteristiche frequenti nelle produzioni ceramiche babilonesi connesse alla sfera templare.

CONCLUSIONI

La coppa paleobabilonese n. 444 costituisce un esemplare significativo della produzione ceramica della Mesopotamia centrale nel II millennio a.C. Le analisi morfologiche e tecnologiche attestano forti affinità con i repertori diagnostici del Diyala e dell’Hamrin (es. Tell Yelkhi, Tell Asmar), evidenziando l’influenza culturale e politica dei grandi centri urbani come Ešnunna e Babilonia su Tell Muhammad. La combinazione dei dati tipologici e dei confronti regionali con il contesto archeologico di rinvenimento (settore produttivo-rituale dell'Area D) consente di inquadrare plausibilmente l'utilizzo del reperto nell'ambito delle pratiche redistributive e cultuali caratteristiche della sfera templare e domestica della Mesopotamia meridionale.

BIBLIOGRAFIA

• Armstrong J.A., Gasche H., Mesopotamian Pottery: A Guide to the Babylonian Tradition in the Second Millennium B.C., Chicago 2014. • Bürger U., “Some Remarks on Old Babylonian Pottery”, in Between the Cultures, Heidelberg 2011, pp. 157-164. • Delougaz P., Pottery from the Diyala Region, Chicago 1952. • Laneri N. et al., The Baghdad Urban Archaeological Project: A Preliminary Report on the First Two Seasons (2022-2023) of Archaeological Research at the Old Babylonian Site of Tell Muhammad (Baghdad). • Oselini V., Organizzazione territoriale e distribuzione degli insediamenti in Mesopotamia centro-settentrionale, Torino 2018. • La Ceramica di Tell Yelkhi, Mesopotamia XXXVII-XXXVIII, 2002-2003.

Additional information
Weight 16 kg
Materiali e Tecnica

II gioielli sono in argento italiano 925 rodiato/dorato oppure a scelta in bronzo placcato d’oro rosso o brone placcato d’oro giallo con catenina sempre in argento italiano 925 rodiata/rosa/gialla

La lavorazione nasce da un modello realizzato a mano manipolando con il calore del fuoco di una candela chiamata “spiritiera” lastre e blocchetti di cera. Il prototipo è stato poi trasformato in metallo mediante l’antica tecnica della fusione a cera persa. Con le nuove cere ricavate dal calco del prototipo si ottengono nuovi prodotti di fusione che vengono poi rifiniti e lucidati a mano. La lavorazione termina con la rodiatura/doratura.

 

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