Un sincero ringraziamento agli autori Gaetano Di Pasquale e Alessia D’Auria per la loro straordinaria ricerca botanico-archeologica, che ha permesso di ricostruire la complessa e affascinante storia della rosa e del suo legame viscerale con la Campania antica e l’alta profumeria romana.
Introduzione e approccio metodologico
A differenza delle raffigurazioni animali del Paleolitico, l’iconografia vegetale è emersa tardi nell’arte umana. Tuttavia, le società umane hanno sempre raccolto e coltivato piante per l’alimentazione, la medicina, le tinture e la bellezza. Ricostruire la storia culturale della rosa richiede un approccio multidisciplinare che unisca botanica, ecologia vegetale, agronomia, archeologia, antropologia, storia e storia delle religioni.
1. Storia, geografia e genetica
Le rose selvatiche presentano tipicamente 5 petali, ma la selezione umana ha favorito i “fiori doppi” con strati densi di petali. Il genere Rosa (150–200 specie nell’emisfero settentrionale) si è sviluppato lungo due percorsi culturali indipendenti (occidentale e cinese) che si sono incrociati solo tra la fine del XVIII e il XIX secolo. L’arrivo dei quattro archetipi cinesi di rose da riproduzione (‘Stud Chinas’: ‘Parsons’ Pink China’, ‘Slater’s Crimson China’, ‘Hume’s Blush’, e ‘Parks’ Yellow’) ha introdotto in Europa tratti rivoluzionari: una pigmentazione rosso intenso e la rifioritura continua (rifiorenza). La creazione del primo Ibrido di Tea nel 1867 segna il confine tra Rose Antiche e Rose Moderne. Le principali specie ancestrali occidentali includono Rosa gallica (la progenitrice principale, tra cui la R. gallica officinalis usata in medicina), Rosa centifolia (la rosa dai cento petali) e Rosa x damascena (apprezzata come l’unica rosa rifiorente occidentale prima degli ibridi cinesi).
2. Coltivazione e usi nel Mediterraneo antico
Autori antichi come Teofrasto, Erodoto e Plinio il Vecchio hanno documentato rose a molti petali, tra cui la Centifolia a 100 petali. Artigiani specializzati (rosarii) intrecciavano boccioli e petali di rosa in ghirlande (serta) per banchetti e festività. I petali venivano lasciati in infusione nel vino e usati come simbolo di status e lusso. Le rose erano anche centrali nella medicina (rimedi per il mal di testa, antiperspiranti, unguenti oculari) e nella profumeria, dove migliaia di petali venivano macerati in olio d’oliva di alta qualità per creare balsami preziosi come il Rhodinon Italikon e l’Oleum Rosaceum.
3. Campania, Pompei ed evidenze archeobotaniche
Durante l’Impero Romano, la Campania è stata l’epicentro mediterraneo della produzione di profumi grazie a terreni fertili, rose rifiorenti, l’olio d’oliva di Venafro e profumieri esperti. Tra i centri principali figuravano Paestum (famosa per le sue rose rifiorenti, biferique rosaria Paesti), Capua (sede del mercato dei profumi della Seplasia) e Pompei (dove gli avvisi elettorali per gli unguentarii erano affissi lungo via degli Augustali). Gli affreschi dei giardini pompeiani (Casa del Bracciale d’Oro, Casa del Frutteto, Casa della Venere Marina) raffigurano rose doppie rosse e rosa ricche di dettagli. I dipinti murali di Stabia mostrano rose con foglie semplici e non composte, che ricordano la Rosa persica originaria dell’Asia centrale. I reperti archeobotanici confermano questo registro visivo attraverso fusti legnosi di rosa carbonizzati ad Oplontis (Villa B), polline e semi a Pompei, e 31 boccioli di rosa conservati in un dolium a Scafati.
4. Identità della “Rosa di Pompei”
L’iconica rosa pompeiana era una varietà profumata, di un rosso brillante, a fiore doppio e rifiorente. L’ipotesi europea la identifica come un ibrido di Rosa gallica e Rosa damascena. Tuttavia, l’ipotesi estremo-orientale suggerisce che le antiche rotte commerciali — che avevano già introdotto la pesca (Prunus persica) dalla Cina all’Italia romana — possano aver portato la genetica delle rose asiatiche (responsabile del colore rosso intenso e della rifiorenza) nel Mediterraneo con secoli di anticipo rispetto a quanto ritenuto in precedenza.







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