Grazie alla dott.ssa Laura Volpe, specializzata in conservazione dei reperti archeologici e aspirante egittologa dell’università di Pisa per il seguente approfondimento:
“Il cartiglio, detto in egiziano šnw (shenu) dal verbo “šni” “circondare”, è un segno sacro che conteneva il nome di persona del sovrano nella forma di un nodo magico cioè un giro di corda a due fili paralleli con le estremità annodate. In origine circolare, assunse forma ellittica per adattarsi alla lunghezza dei nomi. La titolatura completa di un sovrano era composta da 5 nomi: 1)l’antico nome di Horo, 2)il nome delle due Signore; 3)il nome di Falco d’oro, 4)il nome di incoronazione “Re dell’Alto e Basso Egitto”, 5)il nome proprio come figlio di Ra.
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Il CARTIGLIO è un segno sacro, detto in egiziano šnw (shenu) dal verbo šnj = « circondare », che conteneva il nome proprio di persona del sovrano.La sua forma originaria era circolare ma, per adattarsi alla lunghezza dei nomi, il cartiglio assunse forma ellittica. E’ un geroglifico magico-solare, a carattere protettivo, e rappresenta un nodo magico. Raffigura, infatti, un giro di corda a due fili paralleli saldamente legati tra loro alle estremità tramite un nodo.
La titolatura completa di un sovrano dell’Antico Egitto era però composta da 5 nomi: l’antico Nome di Horo , scritto all’interno della cinta fortificata ( il “srḫ”) sormontata dal falco, che identifica il sovrano come incarnazione del dio Horo, il Nome delle due Signore Nb-Ty , con cui il sovrano viene associato alle due dee che rappresentano il sud e il nord dell’ Egitto, il Nome di Falco d’oro Bjk-Nbw , che accomuna la sostanza del re a quella divina come immagine di culto, ed infine il Nome d’incoronazione Nsw-bjty “Re dell’Alto e Basso Egitto” e il Nome di persona o Figlio di Ra sЗ-Rc , iscritto nel cartiglio , che ne celebra la discendenza divina.
Nel 332 a.C., il conquistatore macedone Alessandro Magno si pone, nei confronti del popolo egizio, come un perfetto erede della dinastia faraonica. A seguito della battaglia di Isso nel 333 a.C., in cui sconfisse il re achemenide Dario III, mettendo fine alla dominazione persiana,
Alessandro si recò in Egitto in veste di “liberatore” e fece una serie di cose molto importanti: fondò la città di Alessandria, si recò nella remota oasi di Siwa, al confine con la Libia, dove si trovava l’importantissimo tempio oracolare dedicato ad Amon-Ra, e qui si fece nominare formalmente “figlio del dio Amon”, un’operazione davvero rivoluzionaria per un greco.
Per consolidare e legittimare il proprio potere sull’Egitto, Alessandro si fece quindi riconoscere come figlio di un dio egiziano, assegnare la titolatura faraonica (utilizzando una grafia fonetica per scrivere il proprio nome Зlksjndrs = Ἀλέξανδρος) e, fuori da Alessandria, si fece rappresentare sempre come un sovrano egiziano, tanto da non poter essere distinto dai suoi predecessori se non per il cartiglio che riporta il suo nome. La permanenza di Alessandro Magno
sul suolo egiziano purtroppo non durò a lungo, ma secondo le testimonianze di Curzio Rufo , Diodoro Siculo e Giustino, Alessandro, in punto di morte, chiese di essere sepolto non in Macedonia, nella sua patria nativa, non in Persia, secondo la tradizione Achemenide, accanto al mausoleo di Ciro da lui fatto restaurare, bensì di riposare nelle vicinanze del tempio dell’oasi di Siwa, in piena continuità con una tradizione faraonica millenaria.





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